La decrescita serena di Serge Latouche

Serge Latouche

“Dove andiamo? Dritti contro un muro. Siamo a bordo di un bolide senza pilota, senza marcia indietro e senza freni, che sta andando a fracassarsi contro i limiti del pianeta”. Dopo aver sorvolato due pagine di prefazione e aver riflettuto sulle parole di John Stuart Mill, è questa inquietante realizzazione che ci troviamo davanti all’inizio della nostra lettura del Breve trattato sulla decrescita serena di Serge Latouche. Come diceva la mia professoressa di filosofia, un po’ matta a dire il vero, i libri bisogna cominciare a studiarli dalla copertina e allora facciamo un passo in dietro, ritorniamo al titolo: Breve trattato sulla decrescita serena. Concedendoci di soprassedere su breve – piccolo, agile, accessibile – concentriamoci su questa strana parola, Decrescita. Che cosa significa? “La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessita dell’abbandono dell’obiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità. Non soltanto la società è ridotta a mero strumento e mezzo della meccanica produttiva, ma l’uomo stesso tende a diventare lo scarto di un sistema che punta a renderlo inutile e a farne a meno” Consumiamo troppo, mangiamo troppo, buttiamo troppo. Soprattutto viviamo nella convinzione che sia possibile una crescita infinita in un luogo, quale è il nostro pianeta, finito, ignorando limiti ed entropia. Dunque che fare per cambiare le cose? Cercare di invertire i tassi di crescita? Una scelta del genere nel sistema attuale significherebbe innescare una crisi economica che, al confronto, quella attuale sembrerebbe una festa. Anche altre soluzioni apparentemente ovvie non risolverebbero il problema: passare alle energie rinnovabili? Bene, ottimo, ma se continueremo ad avere uno stile di vita che presuppone la disposizione di 34 (!) pianeti, quanti pannelli solari dovremo istallare? E allora? Per spiegare come uscire dall’empasse mi viene in mente la scena di quel celeberrimo film che è Ritorno al Futuro II: i protagonisti, Doc e Marty, sono finiti in un 1985 alternativo, un vero incubo, tutto per colpa di un almanacco sportivo rubato dal cattivo Biff nel 2015. Per uscire da questa brutta situazione Marty propone di andare avanti nel tempo e impedire il furto. Doc gli fa notare che muoversi da quel punto del tempo significherebbe trovarsi nel futuro di quell’incubo. Ci sono due linee temporali parallele nel film, così come ci sono due modi paralleli di concepire il mondo. Bisogna cambiare paradigma! “A rigore, sul piano teorico si dovrebbe parlare di a-crescita, come si parla di a-teismo, più che di de-crescita. In effetti si tratta proprio di abbandonare una fede o una religione, quella dell’economia, del progresso e dello sviluppo, di rigettare il culto irrazionale e quasi idolatra della crescita fine a se stessa”

La saggezza della lumaca

Ma come, potrebbe dire qualcuno, la crescita, da quando il mondo è mondo, è una cosa buona, sta nella natura delle cose. È bene precisare che qui si sta parlando di crescita economica. Per chiarirci le idee è interessante dare un’occhiata ai dati che monitorano proprio questa crescita: “Con un aumento del PIL pro capite del 3,5 per cento annuo (che corrisponde alla media francese tra il 1949 e il 1959), si ha un fattore di moltiplicazione 31 in un secolo e di 961 in due secoli! E con un tasso di crescita del 10 per cento, che è quello attuale della Cina, si ottiene un fattore di moltiplicazione 736! A un tasso di crescita del 3 per cento, si moltiplica il PIL di venti volte in un secolo, di 400 in due secoli, di 8000 in tre secoli. Se la crescita producesse automaticamente il benessere, dovremmo vivere in un vero paradiso da tempi immemorabili. E invece è l’inferno che ci minaccia”. È a questo punto del ragionamento che Latouche si rivolge al suo maestro Ivan Illich, invocando la saggezza della lumaca: “la lumaca costruisce la delicata architettura del suo guscio aggiungendo una dopo l’altra delle spire sempre più larghe, poi smette bruscamente e comincia a creare delle circonvoluzioni stavolta decrescenti. Una sola spira più larga darebbe al guscio una dimensione sedici volte più grande”. La lumaca, evidentemente dimostrando maggiore saggezza degli uomini, “capisce” che quella eccessiva grandezza peggiorerebbe la qualità della sua esistenza e allora abbandona la ragione geometrica in favore di una progressione aritmetica.

Decrescita, una rivoluzione

“Oggi più che mai, lo sviluppo sacrifica le popolazioni e il loro benessere concreto e locale sull’altare del ‘benavere’ astratto, de territorializzato”. La decrescita, secondo Latouche, non è un argomento per discussioni da bar o, bene che vada, da aule di accademia. Il nuovo paradigma dovrebbe (e potrebbe) guidare scelte concrete e politiche. “Oggi la crescita è un affare redditizio solo a patto di farne sopportare il peso e il prezzo alla natura, alle generazioni future, alla salute dei consumatori, alle condizioni di lavoro degli operai e, soprattutto, ai paesi del sud”. Per tutto questo è necessario perseguire quella che Latouche definisce “utopia concreta, nel senso positivo datole da Ernst Bloch. <>”. in questi termini quella della decrescita deve essere una rivoluzione, un sovvertimento totale per compiere quel salto di piani paralleli di cui si parlava prima. La via per questa rivoluzione passa attraverso la messa in moto di un circolo virtuoso fatto di otto “R”

  • Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.
  • Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.
  • Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.
  • Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).
  • Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.
  • Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.
  • Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.
  • Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.
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