LE RIVELAZIONI DI PHILIP CORSO

Una interessante serie di articoli, pubblicati da “Ufo Notiziario”, offre un quadro completo sulle affermazioni del più controverso, seppur credibile per il suo indiscutibile stato di servizio, dei “rivelatori”: il Colonnello dell’Intelligence Usa Philip Corso, deceduto nel 1998.

Corso ha fatto però in tempo a vedere pubblicato il libro “Il giorno dopo Roswell”, in posizione molto diversa da quella del governo USA sull’argomento.
Venuto in Italia e a San Marino, stabilì una importante serie di contatti con i massimi esponenti dell’ufologia italiana.
Negli articoli che riportiamo viene offerta al lettore una sintesi postuma dei suoi scritti originali e, come tali inediti, relativi al complesso problema della propulsione degli UFO. Si spazia da un raffronto tra la tecnologia aliena e terrestre, fino ad uno sconcertante episodio del 1968 in Italia, a conferma delle dichiarazioni di Philip Corso circa le Entità Biologiche Extraterrestri (EBE).

DIAMO CORSO ALLE RICHIESTE DI CHI VUOLE SAPERNE DI PIÙ
Gli scenari del “Dopo Roswell”: le rivelazioni del “Philip Corso file”.

di Roberto Pinotti
da “UFO Notiziario” Nuova Serie – N. 38 del Novembre 2002

PREMESSA
A distanza di cinque anni – da quando cioè il suo nome si è imposto all’attenzione della comunità ufologica internazionale – la controversa figura di Philip Corso non è stata ancora adeguatamente analizzata. Dopo la pubblicazione del suo libro “Il giorno dopo Roswell” in Italia, ci si attendeva dal Colonnello ulteriori elementi che però non sono venuti fuori. A ciò ha certamente concorso la sua morte nel 1998, poco dopo la sua accusa al Governo USA di avere dichiarato il falso sulla questione Roswell. Ma è anche una realtà che chi avrebbe potuto e dovuto pubblicare di più non lo ha fatto. Noi, che per primi abbiamo storicamente verificato le credenziali e le attività di Corso in Italia e in USA, che lo abbiamo ospitato al Simposio Mondiale di San Marino e che abbiamo (come altri) ricevuto da lui precise documentazioni, con l’impegno a renderle pubbliche se “in un ragionevole lasso di tempo” quanto da lui fornito per essere pubblicato nella forma di un secondo volume non fosse stato reso noto, ci troviamo oggi di fronte all’impegno morale di adempiere alle sue ultime volontà, comunicateci telefonicamente pochi giorni prima di morire. Un obbligo morale conferitoci in extremis, dunque, cui ormai a quattro anni di distanza non possiamo più sottrarci. Tanto più che – per l’interesse dell’ufologia – abbiamo da dire anche la nostra sul materiale di Corso, che ha avuto nel Console italiano Alberto Perego – come vedremo meglio nel prossimo numero – un vero e proprio precursore, e non certo a caso. Sui “Corso Files” in nostro possesso torneremo più volte perché non li consideriamo un semplice “prodotto editoriale” per fare soldi, a differenza di altri. Viceversa, chi come noi ha il “know how” (che non si improvvisa) per farlo, ha tanto da dire, commentare, comparare e spiegare. Di seguito, quindi, offriamo ai lettori una nostra sintesi di quanto prodotto da Corso in merito ad un problema di capitale importanza: il sistema propulsivo degli UFO.

LE RIVELAZIONI DI CORSO
Cosa direste se i nostri astronauti fossero nelle condizioni fisiche di viaggiare nello spazio per migliaia di anni luce attraversando distanze comprendenti intere galassie? Se avessero la capacità di vivere nello spazio senza perdita di peso o di massa corporea, senza effetti fisici dannosi e, una volta giunti in un altro mondo, di operare tranquillamente come se il programma di un computer funzionasse nelle loro menti? Se i nostri astronauti e le loro astronavi fossero in grado di convertire l’illimitata energia elettromagnetica presente nello spazio in carburante e se le superfici delle loro tute e navi spaziali utilizzassero quest’ultima per muoversi e navigare in funzione delle necessità? Immaginate inoltre che i nostri astronauti possiedano un’intelligenza del tipo di un computer, atta a governare le loro funzioni biologiche.
Se riuscite a concepire tutto questo, allora avrete un’idea di quale sia la natura di una Entità Biologica Extraterrestre (EBE, da “Extraterrestrial Biological Entity”) e di quanto l’Esercito USA scoprì quando si procedette alle autopsie sui corpi degli “Alieni di Roswell” al “Walter Reed Hospital” dell’U.S. Army. Immaginate anche l’allora Ten. Col. Philip Corso mentre nel 1961 legge i relativi rapporti autoptici, sepolti fra i tanti dossiers del “caso Roswell” al Pentagono, a chiarimento di quanto aveva già visto a Fort Riley nel 1947, solo un mese dopo esservi stato assegnato al rientro dal suo incarico a Roma.
Quando l’allora giovane Capitano Corso vide i corpi degli alieni a Fort Riley la notte in cui era di Ufficiale di Picchetto alla base, egli non aveva idea di cosa si trovava di fronte. Nel suo libro “Il giorno dopo Roswell” egli ci dice che tutto ciò che sapeva era che si trattava di materiale super-segreto, tradotto su un camion militare dell’Esercito attraverso il Kansas fino a Dayton (Ohio), dove per via erano stati prontamente inviati i rottami dell’oggetto volante precipitato. Il viaggio per via di superficie era giustificato dall’esigenza di evitare il pur improbabile rischio di un incidente aereo, che avrebbe distrutto i preziosi cadaveri. La verità, egli spiega, l’avrebbe scoperta solo quasi 15 anni dopo, quando il Generale Arthur Trudeau cooptò l’allora Ten. Col. Corso al Pentagono per supervisionare uno dei progetti più segreti mai intrapresi dall’Esercito: gli studi di retro-ingegneria su artefatti alieni tratti dai rottami di Roswell dopo la caduta dell’UFO nella proprietà dell’allevatore Mac Brazel, e la successiva infiltrazione di quanto da essi ricavato nell’Industria americana. Portando avanti tutto ciò, Corso venne a contatto con un gruppo di scienziati ed industriali che lo ispirarono e lo incitarono a credere che si poteva avere “un nuovo mondo” se fossimo riusciti a conquistarlo, come predettogli durante il casuale incontro con una EBE che avrebbe avuto luogo a Red Canyon in New Mexico. Queste ed altre informazioni Corso intendeva approfondirle in un nuovo libro, ma com’è noto – poco tempo dopo avere accusato il Governo USA di affermare il falso su tutta la questione di Roswell – egli morì nel giugno del 1998, lasciando la maggior parte dei suoi scritti inediti in forma di note manoscritte, peraltro fornite in fotocopia a diverse persone, da una Linda Howe ed una Paola Harris in USA ad un Franco Mari, un Roberto Pinotti ed un Alberto Forgione in Italia. Persone che non hanno mai tradito le sue aspettative e i suoi desideri. Corso fu uno dei pochi militari ad avere avuto accesso ai dossiers su Roswell negli archivi governativi. E fu il solo di questo gruppo selezionato che ne avrebbe scritto, per quanto aveva visto e letto. Parte degli archivi governativi parlavano delle EBE (i piloti “progettisti” dell’UFO) i cui corpi furono estratti dai rottami e successivamente sottoposti ad autopsia al Walter Reed Hospital nel 1947. Le note di Corso entravano anche nei dettagli circa lo sforzo di ricerca dell’U.S. Army per sviluppare la tecnologia del “disco” precipitato, e circa il fatto che scienziati consulenti della Divisione Tecnologia Straniera al Comando R&D (Research & Development, ricerca e sviluppo) dell’Esercito, l’unità cui apparteneva Corso – tutti membri del circolo interno dei consulenti del Gen, Trudeau – avevano avuto le loro difficoltà a credere quanto avevano visto e letto circa il velivolo alieno ed i suoi occupanti, tanto l’impatto di tutto ciò era “fuori di questo mondo”. Tutta la questione era considerata l’argomento più segreto in possesso del Governo USA, ben di più degli schemi progettuali per la costruzione della bomba atomica.
Uno dei più stretti amici di Corso nel circolo interno del Generale Trudeau fu il tedesco Hermann Oberth, uno degli scienziati progettisti a capo del poligono nazista di Peenemunde in Germania e superiore di Wernher Von Braun durante la Seconda Guerra Mondiale.
Oberth aveva detto a Corso che il “disco” di Roswell non disponeva di un propulsore nel senso proprio del termine. Non era caratterizzato né da una tradizionale propulsione a razzo né da motori atomici o di altro genere. Peraltro, spiegava Oberth, il mezzo sembrava in grado di utilizzare l’energia elettromagnetica, ricavandola dallo spazio stesso. L’Esercito, scrisse il Col. Corso nelle sue note, “riteneva che un campo elettromagnetico venisse creato attorno al ‘disco’. Cambiamenti di intensità e di colorazione venivano causati nella lunghezza d’onda del campo elettromagnetico costruito attorno allo scafo dell’UFO, che traeva consistenza e forza dalla struttura atomica dello spazio stesso”. Il propulsore, credeva l’Esercito, era qualcosa sul tipo di un “riciclatore”, ovvero un mezzo atto a canalizzare e ridirigere l’energia elettromagnetica di fondo che permea lo spazio in un’onda strutturale ammantante il “disco” e in grado di muoverlo e di farlo navigare in assenza di carburanti come in tutti i motori convenzionali. Lo scafo del mezzo volante, al pari delle combinazioni di volo indossate dai piloti, erano di un materiale allineato dal punto di vista atomico e di struttura ad alta densità atomica, sul tipo dei filamenti di una ragnatela, in grado di fornire al velivolo una grande resistenza strutturale. Esso inviluppava il mezzo volante in modo tale da renderlo in grado di reagire all’elettromagnetismo intorno ad esso in termini impossibili ai tradizionali elementi terrestri.
Mentre il “disco” si spostava nello spazio prima e nella nostra atmosfera poi, il moto – per via dell’allineamento degli atomi costituenti lo scafo come pure dell’alta densità della sua struttura – conferiva all’apparecchio una sorta di trasparenza che talvolta lo faceva luccicare.
Corso ha scritto: “La superficie atomicamente allineata dell’UFO era caricata elettromagneticamente tanto da creare una forza elettrodinamica. Questa forza, muovendosi esso nello spazio, lo avrebbe rinforzato e riempito, propagandosi fino a che il mezzo avesse raggiunto velocità elevatissime e apparentemente vicine a quella della luce. Le onde gravitazionali nello spazio avrebbero attraversato questo scudo… Non c’erano linee di giunzione nell’UFO – continuano le note di Corso – né rivetti o punti di saldatura. Lo stesso era per gli indumenti delle EBE. I fili argentati delle loro fibre possedevano una grande resistenza, al pari delle strutture componenti l’involucro esterno del ‘disco’…”. Era come se le saldature che tenevano insieme le varie parti dell’UFO fossero costituite da una forma di energia elettromagnetica. Sembrava “fondere insieme i campi atomici e molecolari, e così non vi erano giunture di sorta, nessuna separazione, come un’entità unica…”.
Lo scafo dell’UFO e gli indumenti delle EBE erano talmente diversi ed avanzati rispetto a quanto gli scienziati dell’Esercito avevano visto fino ad allora che – quando il Col. Corso cercò di trovare qualche ricerca in fase di sviluppo che potesse trarre vantaggio da quanto contenuto negli Archivi sul Caso Roswell dell’Esercito – egli si concentrò soltanto su industrie che stessero sperimentando le tecnologie più esotiche.
Nel corso di una particolare visita nel 1962, Corso assistette ad una dimostrazione, da parte di una di tali industrie, effettuata con “un equipaggiamento di pollici 10x10x8 con su uno dei lati un pannello di controllo, e al cui interno erano inseriti due pezzi di metallo. Poi gli ingegneri accesero quello che chiamavano un ‘generatore elettromagnetico’. Parti un leggero ronzio e il tutto si attivò lentamente. Fu premuto un bottone, e udii una forte esplosione, che sembrava originata da una forza possente. Non era diversa dal suono di un grosso cannone o di un tuono, ma più concentrato e localizzato. Quando l’implosione si ebbe una seconda volta, due pezzi di metallo, che avevo inserito nella macchina dopo averli contrassegnati, ne vennero fuori senza linee di giunzione, punti di saldatura o giunti di connessione. Non percepii vibrazioni, tremori o urti di ritorno derivati dalla forza possente e dalla risultante implosione. Redassi un rapporto in merito per il Governo, ma poco dopo andai in pensione e quindi ignoro che cosa poi il Governo ne abbia fatto”.
Corso scrisse che lo studio preliminare dell’Esercito suddivise la questione della propulsione dell’UFO di Roswell in quattro componenti così denominate:
1. Magnetronica – quando gli atomi sono alternativamente accelerati e decelerati
2. Magnetostrizione – quando si ha un cambiamento di dimensioni in un corpo ferromagnetico posto all’interno di un campo magnetico
3. Dinamica magneto-plasmatica – quando un gas ionizzato viene introdotto in un campo magnetico per produrre corrente elettrica
4. Magnetobottiglia – quando si ha un campo magnetico atto a confinare il plasma in una reazione termonucleare.
La magnetostrizione si verifica quando un corpo metallico è posto all’interno di un campo magnetico. Ciò, di contro, può causare in esso un cambiamento di dimensioni. Inoltre, l’energia generata dalle parti del mezzo in movimento orientate in direzioni opposte dalle EBE conferivano ad esso l’energia per decollare in qualsiasi direzione.
“I ‘Foo-Fighters’ tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale – ha scritto Corso – usavano una gravità zero attorno ai loro serbatoi, e i loro motori, in virtù dell’uso dello spin opposto dei propulsori, generavano campi elettromagnetici”. Poi, quel tale “(Viktor) Shauberger fece uso della contro-rotazione. Attivato, il suo apparecchio sfondò il tetto di un capannone e i tedeschi concepirono un sistema per individuare dall’alto i carri armati muovendosi lungo il sistema magnetico a griglia terrestre”.
Secondo Corso, gli ingegneri dell’Esercito ipotizzavano che circa gli UFO “il segreto delle alte velocità e della propulsione spaziale si basasse sul ‘plasma’ creato in prossimità del veicolo per produrre spinta, elevazione e cambiamenti di direzione. Una fascia costituita da un campo magnetico o ‘plasma’ intorno al veicolo dava origine ad uno splendore luminoso e a cambiamenti di colore di questo via via che la velocità aumentava. Ciò non poteva non suggerire ai testimoni un intervento intelligente, di natura probabilmente extraterrestre, utilizzante un sistema propulsivo elettromagnetico”. Egli rilevò che nei film a colori il plasma magneticamente allineato produceva spesso una specie di alone o splendore multicolore tutt’intorno al veicolo.
Il plasma è un gas ionizzato prodotto a temperature elevate e che contiene quasi in uguale numero cariche positive e negative. È un buon conduttore di elettricità e risulta influenzato da un campo magnetico. Un motore al plasma è un motore a razzo utilizzante spinte prodotte da gas ionizzati accelerati magneticamente. Un campo magnetico esercita una forza su una particella caricata solo se essa è in moto, e le stesse particelle caricate, una volta in movimento, producono ulteriori forze magnetiche tanto da amplificare la somma dell’intera forza risultante.
In riferimento al tipo di materiale utilizzato per lo scafo come pure per i loro indumenti dalle EBE, è interessante notare quanto Corso riferisce di avere trovato negli Archivi su Roswell al Pentagono, ovvero un pezzo di “materiale metallico” proveniente dal “disco” schiantato al suolo. Esso era caratterizzato da una superficie incisa che sembrava un misto di plastica e ceramica. Inoltre, dalle informazioni acquisite quando sull’artefatto metallico furono condotti studi di retro-ingegneria dagli esperti missilistici dell’Esercito, “sviluppammo il cono anteriore per i nostri missili (civili) ‘Explorer’, derivazioni di quelli balistici intercontinentali (ICBM) ‘Jupiter’ basati sull’originale razzo ‘Redstone’. Tale cono anteriore aveva una superficie esterna di plastica o ceramica atta ad assorbire il tremendo calore della penetrazione atmosferica, fondere lentamente e proteggere comunque gli elementi vitali della stessa struttura anteriore del missile”.
Considerata la “caccia al tesoro” innescata dai reperti tecnologici prelevati dal luogo dello schianto, questo sarebbe stato solo uno dei vari apporti forniti dagli Archivi su Roswell del Pentagono al programma missilistico USA negli anni Sessanta. Per inciso, si consideri che nel 1957 il Col. Corso comandò il Battaglione Difensivo Missilistico dell’Esercito presso il Poligono Missilistico di Red Canyon, a White Sands (New Mexico), che fu la prima unità dell’Esercito USA che intercettò e abbatté con successo un aereo-bersaglio (drone) teleguidato.
Dal 1947, scrive Corso, gli USA hanno ripetutamente tentato, attraverso studi di retro-ingegneria, di “copiare” il “disco” di Roswell con tutte le sue componenti propulsive. Gli ingegneri hanno cercato di creare propulsori a ioni come pure atomici, sul tipo del reattore da 60 libbre sviluppato nei tardi anni Sessanta. Tali reattori relativamente piccoli sono anche stati usati in esperimenti sulla propulsione ionica e in vari prototipi di sonde spaziali. La NASA è ancora orientata allo sviluppo di piccole centrali nucleari applicabili al volo spaziale, ma non riesce a risolvere il problema della protezione dell’equipaggio dal pericolo delle radiazioni atomiche e dall’effetto dei raggi cosmici nel corso di voli spaziali di lunga durata.

L’UFO E LE EBE
Il Col. Corso riteneva che vi fosse una interazione fra le EBE pilotanti l’UFO ed il mezzo spaziale tanto incredibile quanto fantastica, e cioè una interfaccia simbiotica di tipo bio-meccanico ed elettronico fra chi pilota ed il velivolo da lui controllato. Egli vide ciò come una forma di ergonomia digitale comprendente un flusso di elettromagnetismo che legava dal punto di vista neurologico l’EBE alla propria navicella. Era come se il pilota e il mezzo diventassero una sola entità, in cui il cervello della EBE si integrava con l’onda elettromagnetica propagantesi attorno all’UFO. Utilizzando una banda frontale atta a trasmettere i propri impulsi psichici, l’EBE appariva in grado di manipolare diversi campi elettromagnetici mediante le proprie onde telepatiche come pure mediante le punte delle dita attraverso dei cambiamenti sequenziali (come se suonasse un pianoforte) atti ad aumentare o diminuire la velocità della navetta, nonché di controllarne le varie manovre nell’atmosfera.
Le onde elettromagnetiche si manifesterebbero talvolta come collettori distribuiti tutt’intorno al veicolo, e ciò spiegherebbe i numerosi avvistamenti di UFO accompagnati da luci colorate mentre procedono nell’atmosfera. Il Col. Corso riteneva che le EBE fossero il prodotto di una ingegneria genetica aliena specificamente rivolta alla creazione di piloti atti ad affrontare il volo spaziale. Gli esseri umani, come i programmi USA e dell’URSS prima e russo poi hanno provato, non possono viaggiare su lunghe distanze senza registrare una serie di controindicazioni avverse. Anche in missioni spaziali di corta durata astronauti e cosmonauti hanno sperimentato perdita di massa corporea e di stabilità, danni al sistema immunitario, criticità digestive e spossatezza generale I nostri stessi esperimenti di clonazione hanno dimostrato che sarebbe teoricamente possibile costruire geneticamente un “perfetto” viaggiatore spaziale. È forse questo ciò che hanno davvero fatto gli Extraterrestri centinaia di migliaia se non milioni di anni fa? Di che genere di tecnologia disponevano per creare entità (le EBE) geneticamente progettate e computerizzate in grado di esplorare la galassia?
Le creature che viaggiano da un mondo all’altro su mandato dei loro creatori alieni sono allora state progettate a livello genetico specificamente per affrontare i viaggi spaziali? Cosa accadrebbe allora, si chiede Corso, se potessimo raggiungere il pianeta delle EBE di Roswell? Vi troveremmo forse una razza ben diversa dalle creature schiantatesi nel New Mexico nel 1947? Si trattava di entità bio-geneticamente prodotte in serie (clonate) per affrontare i rischi dei viaggi spaziali e non per operare nel mondo dei lori creatori?
Non certo a torto, Corso conclude che per viaggiare nello spazio su lunghe distanze dovremmo essere “più” che umani. Seguendo i criteri della presunta progettazione genetica delle EBE, i viaggi spaziali sarebbero grandemente agevolati da un corpo atto a proteggere l’organismo dalle radiazioni: Dovremmo dipendere da un elettromagnetismo autoprodotto piuttosto che da ossigeno e cibo. E un incredibile accorciamento nei tempi di viaggio sarebbe prodotto dall’uso di una propulsione elettromagnetica, una energia attivata in funzione delle nostre necessità, come l’elettricità. Sulla base delle relazione autoptiche del Walter Reed Hospital dell’Esercito, il Col. Corso riteneva che le EBE fossero esseri o clonati o comunque realizzati specificamente per il volo spaziale, dal momento che i loro sistemi bio-organici sembravano non solo adattarsi perfettamente ai rigori della esposizione per lunghi periodi alla gravità zero e alle radiazioni cosmiche, ma anche interfacciarsi perfettamente con il mezzo pilotato. Secondo Corso, il cervello delle EBE aveva quattro parti, due per così dire “computerizzate” e due normali. Era quest’organo che presiedeva alla loro “missione”?
Per esempio, il cervello era elettromagneticamente interconnesso con il sistema della navicella mediante impianti in silicio nei lobi cerebrali. Questi ultimi erano caratterizzati da quello che gli analisti medici dell’Esercito descrivevano come un insieme di “avvolgimenti esterni”, sul tipo di quelli posti interfacciati ad una massa magnetica utilizzata per aumentare le emissioni elettromagnetiche. I patologi dell’Esercito non furono mai in grado di misurare alcuna di tali emissioni, in quanto le EBE erano morte e la loro attività cerebrale era cessata. Ma, ritenendo che ciò che i patologi avevano riscontrato indicasse quanto il cervello si supponeva fosse effettivamente in grado di fare, nulla esclude che tali “avvolgimenti esterni” attorno alle teste delle EBE fossero deputati a quanto sopra detto.
Il cervello delle EBE aveva quattro lobi dei quali il Lobo 1 era il più grande. Corso riteneva dalle sue dimensioni che esso non solo funzionasse quale “cervello principale”, ma fosse altresì quello dello stesso velivolo, quale parte integrante dello stesso schema progettuale dell’UFO.
Il Lobo 2 sembrava agire come in funzione ausiliaria rispetto al Lobo 1, forse in quanto contenente varie istruzioni di programmazione, dati di navigazione, nonché istruzioni in caso di guasti o danni al mezzo o di decisioni critiche. Era come se tale lobo fosse simile ad un cervello umano primitivo caratterizzato da “reazioni di fuga”, e cioè dalla capacità di reagire propriamente per salvare il mezzo e i suoi occupanti.
Il Lobo 3 era simile al cervello umano, controllante funzioni di supporto vitale come il cuore, il polmone e i muscoli. Esso era altresì in grado di ridurre i requisiti energetici di tali funzioni vitali nel caso di lunghi viaggi nello spazio.
Il Lobo 4 controllava la maggior parte del sistema dei muscoli volontari e consentiva alle EBE azioni indipendenti, forse nel caso di missioni ricognitive su pianeti lontani, in modo abbastanza simile alla programmazione che verrà usata dalle nostre sonde robotizzate lunari o marziane per consentire di condurre una esplorazione sulla base della situazione locale del momento.
Le EBE indossavano delle fasce frontali che intensificavano le onde celebrali per la comunicazione telepatica, di grande aiuto nel funzionamento “biologico” dell’UFO. Questa fascia frontale fu uno degli oggetti che Corso rinvenne fra i reperti allegati agli Archivi del Pentagono su Roswell, e che consegnò per le possibili applicazioni tecnologiche conseguenti alle industrie aerospaziali legate da contratto al Ministero della Difesa USA. Oggi, tale fascia frontale è utilizzata per aiutare individui fisicamente disabili a muovere un cursore sullo schermo di un computer e piloti collaudatori a tenere sotto controllo certune funzioni di volo del velivolo in volo.
Le EBE potevano altresì controllare l’UFO attraverso relays amplificatori di corrente a forma di coppa collegati alle estremità delle dita delle mani? Il Col. Corso notò che in tutte le punte delle dita delle EBE si riscontravano circa 80.000 punti di emissione. È dunque estremamente probabile che attraverso questi relays le EBE trasmettessero istruzioni di guida al sistema di navigazione del velivolo direttamente dalle loro menti mediante le dita delle mani.

CUORE E POLMONE
L’unico polmone e il cuore surdimensionato (rispetto al nostro) delle EBE funzionavano quasi come un unico organo. Gli scienziati credevano che il polmone immagazzinasse altresì grandi quantità dell’energia elettromagnetica (EM) dell’UFO per lunghi viaggi, che veniva periodicamente rinnovata dalla genesi e dalla trasmissione di energia EM. Il cuore, che non si dilatava nello spazio come un cuore umano, potrebbe non solo avere pompato energia EM alle strutture cellulari del corpo delle EBE, ma essere anche servito come un mezzo teso ad immagazzinare energia per lunghi viaggi, un po’ come una batteria.

ORECCHIE
Le EBE avevano delle orecchie piccole, quasi indistinguibili. Probabilmente non avevano bisogno di percepire onde sonore in quanto non parlavano e comunicavano telepaticamente.

NASO
Analogamente, il naso era estremamente piccolo in quanto evidentemente l’atmosfera all’interno dell’UFO doveva essere molto concentrata. Inoltre, gli analisti medici del Walter Reed Hospital non riuscirono a determinare come funzionava il sistema olfattivo delle EBE. Pare che l’olfatto non fosse però un senso importante e fosse utilizzato solo per estreme necessità di allarme. Le atmosfere planetarie contenenti i necessari elementi non richiedevano alcuna protuberanza nasale alle EBE, per cui le narici erano alquanto piatte e molto piccole.

BOCCA
Le EBE presentavano un orefizio boccale appena pronunciato, privo di condotti per ingurgitare acqua o cibo.
Le EBE non avevano sistema digerente, e ciò spiega l’assenza di denti e di ogni apparato di elaborazione di nutrimenti solidi o liquidi. Così pure va rilevata l’assenza di lingua e corde vocali in quanto le EBE non parlavano ma comunicavano telepaticamente, forse mediante trasmissioni da cervello a cervello e senza bisogno di mezzi ausiliari.

OCCHI
Gli occhi delle EBE sembravano di tipo telescopico e avevano un cristallino mediano, che fungeva da collettore luminoso. Tale cristallino, o “terza palpebra”, costituiva la base per quello che fu denominata “visione notturna”. Ecco perché le grandi cornee esterne delle EBE apparivano nere. Secondo Corso, il Gen. Trudeau gli dette istruzioni di incoraggiare gli scienziati del Laboratorio per la Visione Notturna di Fort Belvoir perché utilizzassero la bio-tecnologia della “terza palpebra” come modello per gli occhiali da visione notturna. Nel relativo capitolo (intitolato “La Conquista della Notte”) relativo alla storia pubblicata delle ricerche condotte a Fort Belvoir, i ricercatori citano il sostegno ricevuto dal Gen. Trudeau nei primi anni Sessanta per lo sviluppo di un sistema di “visione notturna” atto ad essere utilizzato dai soldati USA in Vietnam.

PELLE
Come descritto in “Il giorno dopo Roswell”, il Col. Corso sosteneva che la pelle delle EBE, al pari della struttura esterna dell’UFO, sembrava come “costruita” attorno alle entità e al mezzo quasi come una ragnatela stratificata. E come una ragnatela, la struttura molecolare era atomicamente allineata in senso longitudinale ed estremamente denso in modo da essere caratterizzata da una estrema resistenza alla tensione per quando fosse leggera come una rete di filamenti. Tale resistenza strutturale proteggeva le EBE dalle radiazioni cosmiche, elettromagnetiche e dalle escursioni termiche proprie dello spazio.
Prima di morire, Corso disse in varie interviste che uno dei suoi maggiori crucci consisteva nel fatto che nessun laboratorio era stato in grado di duplicare la super-resistenza della struttura molecolare di fabbricazione aliena. Oggi, comunque, sono in attuazione esperimenti genetici facenti uso dei geni di ragni per duplicare la resistenza alla tensione delle tele di ragno.
Con la eccezione della colonna vertebrale, che appariva particolarmente atta a resistere alle sollecitazioni dovute ai rigori di un viaggio spaziale, e di uno scheletro che era più tensile che rigido, le altre funzioni biologiche delle EBE sembravano del tutto secondarie, come se dovessero essere utilizzate solo per missioni di ricognizione della superficie terrestre. Le EBE erano creature principalmente legate al loro mezzo e quasi tutt’uno con la sua programmazione di pilotaggio.
Corso credeva che gli aspetti più complessi e sofisticati delle creature fossero da ricercare nella loro interfaccia con l’UFO e con la capacità di comunicare telepaticamente. Al di là di ciò, esse mal si adattavano ad altri ambienti e contesti. Il che convinse Corso che ci si trovava davanti a degli esseri clonati per il fine di pilotare, navigare ed effettuare esperimenti nel corso di missioni specifiche. Le EBE, quindi altro non sarebbero state che versioni biologiche dei nostre sonde spaziali robotizzate, programmate per eseguire esperimenti sulla superficie dei pianeti visitati.
La vera potenza della tecnologia aliena, credeva il colonnello, consisteva nella capacità degli extraterrestri di manipolare telepaticamente lo spazio e il tempo. Tale forma di “proiezione astrale” ET affascinava ed atterriva ad un tempo l’Esercito USA, e così pure quanti ne vennero a conoscenza in altre branche del Governo, e fu una delle principali ragioni che innescarono il “cover up” conseguente all’UFO-crash di Roswell.
La comunicazione telepatica, la psicocinesi, l’ingegneria biologica, la capacità per un organismo di interfacciarsi con un computer: queste sono solo alcune delle esplorazioni di frontiera condotte oggi dalla specie umana. Che tutte queste discipline possano un giorno fondersi in una sola, come gli alieni di Roswell dimostrerebbero, è certo un concetto difficile da immaginare. La speranza sarebbe che lo studio delle implicazioni relative al loro uso e abuso non vada seriamente al di là degli sviluppi scientifici più prossimi a realizzarsi. Questo punto, in particolare, interessava Philip Corso e questo avrebbe voluto che si continuasse a seguire per il bene dell’umanità.

UN INEDITO POSTUMO DI ESTREMA ATTUALITÀ
La figura del compianto Col. Philip J. Corso.

di Roberto Pinotti
da “UFO Notiziario” Nuova Serie – N. 44 del Maggio 2003

Chi scrive lo ha personalmente conosciuto, lo ha fatto venire in Italia prima e al Simposio Mondiale di San Marino poi, poco prima della sua morte, verificando altresì le sue credenziali di militare e uomo dell’intelligence USA unitamente a tutta l’evidenza storica del ruolo-chiave da lui rivestito con la sua attiva presenza presso il Comando Generale Alleato a Roma nell’immediato dopoguerra. Decorato da Umberto Il, è a quest’uomo che si deve la riorganizzazione delle Autorità dell’Italia post-liberazione. Profondamente corretto e coerente (a cominciare dal proprio dichiarato approccio legalitario e antisovietico che ispirò la struttura strategica-ombra “Stay Behind” solo successivamente destinata a trasformarsi in “Gladio”, per il quale fu violentemente attaccato da l’Unità pare su diretta indicazione di Stalin), questo professionista in divisa non ha dunque millantato credito più di tanto, in quanto il suo profilo ed il suo background sono e restano reali e incontrovertibilmente incontestabili. Certo, si potrà anche non credere alle dichiarazioni dell’uomo Corso, si potrà dire magari che è impazzito oppure che, da esponente dell’intelligence che non è in pratica mai andato in pensione, ci ha propinato, al pari di certi altri “Rivelatori”, tutta una serie di informazioni false seppur ai limiti della verità tese a disinformare e quindi, confondendo le acque, ad impedire una corretta comprensione della effettiva realtà storica e tecnica del fenomeno ufologico, da Roswell in poi, nella migliore tradizione del cover-up delle Autorità di Washington in tema di UFO. Solo che invece potrebbe anche aver detto la verità, reagendo alla consegna del silenzio impostagli dai suoi superiori e giungendo infine a scontrarsi, come ha fatto nelle sue ultime settimane di vita, con il Governo USA, da lui accusato senza mezzi termini di avere scientemente dichiarato il falso su tutta la vicenda degli UFO e di Roswell in particolare per ragioni di stato. Sia come sia, verso i suoi scritti inediti si è poi sviluppata in USA come in Italia una vera e propria “corsa”, purtroppo dominata quasi esclusivamente dalla vergognosa tendenza altrui ad usare la sua figura oltre la sua morte per ricavare facili utili editoriali. Sia come sia, la recente tragedia dello “Shuttle” che ha colpito la NASA e gli USA sembra più che mai in linea con il contenuto di questo testo inedito e postumo che abbiamo l’onore di pubblicare in esclusiva.
Un testo che parla di clonazione, tecnologia aerospaziale aliena, retroingegneria e insabbiamenti accusando altresì Washington di scelte storicamente ed eticamente errate e riprovevoli. Da lui consegnato a suo tempo a più di un esponente del CUN (da Franco Mari a chi scrive, da Paola Harris ad Adriano Forgione) durante la ultima sua visita in Italia e a San Marino con preghiera di farne buon uso “al momento giusto” e solo col suo consenso, abbiamo avuto quest’ultimo pochi giorni prima della sua scomparsa e per cinque anni abbiamo atteso di rendere noto questo suo piccolo “testamento spirituale” redatto in forma di note manoscritte, che abbiamo fatto precedere da una prima parte introduttiva.
Ora, all’indomani della tragedia del Columbia, quel momento è infine venuto.

TECNOLOGIA ALIENA E TERRESTRE A CONFRONTO
Il testamento spirituale dell’autore de “Il giorno dopo Roswell”.

di Philip Corso
da “UFO Notiziario” Nuova Serie – N. 44 del Maggio 2003

Nonostante la recente controversia inerente le procedure di clonazione, e il fatto che queste non possano essere controllate appieno e che fin dall’inizio siano state bandite temporaneamente per cinque anni, la pratica della clonazione non pare doversi applicare ad un’Entità Biologica Extraterrestre (EBE), realizzata specificamente per i viaggi nello spazio e che non dovrebbe porsi dunque nella categoria della ricerca finalizzata alla creazione di un essere perfetto.
L’EBE non è un essere potenzialmente umano nel senso della creazione, ma piuttosto un clone umanoide ottenuto con lo scopo specifico non di un qualche dubbio beneficio futuro, bensì del miglioramento della specie umana e di un’apertura ulteriore ai segreti nell’universo e, se ci riusciremo, di un mondo nuovo.
La creazione di una EBE può cambiare o aprire nuovi orizzonti della conoscenza in termini che non possiamo neanche immaginare.
La caduta di un UFO nel 1947 ci ha schiuso un nuovo mondo lasciandoci solo intravedere ciò che esso può celare. Il tipo di clonazione da noi affrontato non costituisce uno sforzo verso la perfezione umana, in quanto virtualmente privo di implicazioni morali, emotive o spirituali. Il suo scopo è di spingere avanti la conoscenza dei nostri scienziati nella ricerca per migliorare e servire l’individuo e l’umanità e si preoccupa di legittimare i successi medici. Ciò costituisce però un rischio potenziale per l’umanità che si trova alle soglie della creazione, come suggerito da alcuni gruppi religiosi.
Lo studio delle EBE e il modello di ricerca che esso sembra dischiudere aiuterà a guidare le ricerche genetiche sul DNA per il progresso dell’uomo. Con la creazione da parte nostra di una EBE la perfezione di un clone umanoide sarà ben lungi dall’essere stata realizzata, anche se avremo comunque fatto un gigantesco passo avanti. Ma soprattutto sarà stato realizzato un obiettivo che si presenterà sulla scena mondiale per il meglio come per il peggio, comunque caratterizzato da rischi limitati o assenti circa il miglioramento effettivo della razza umana. Avremo guadagnato molto con perdite limitate o assenti. Ci sono state molte speculazioni e chiacchiere inutili circa la longevità e le possibilità di prolungare la vita in seguito alla creazione di un clone umano. lo dubito che una sola di queste elucubrazioni, sia da applicarsi ad un clone umanoide, un EBE creato per uno scopo specifico di un viaggio spazio-dimensionale.
Durante il mio servizio nell’Esercito e alla Casa Bianca io ho avuto accesso a tutti i livelli di segretezza inerenti queste informazioni, ma ho visto solo un rapporto sulla possibile età delle EBE. Tale rapporto recitava che l’EBE su cui le autorità avevano basato le loro ricerche avrebbe avuto circa 200 anni. Non ho mai scoperto nessun’altra evidenza o correlazione al riguardo. Questa informazione mi è stata data a voce e non posso dunque corroborarla. In molti casi come in quello sopra citato si riteneva comunque che le EBE fossero del tutto sacrificabili.
Wilbert Smith, il geniale scienziato canadese, mi avvisò: “Fai attenzione, perché potresti innescare un buon migliaio di domande e problemi a cui non potresti né sapresti rispondere”. E questo è stato il mio destino, da quando ho scritto “Il giorno dopo Roswell”.
La risposta, oggi più che mai, è quella dataci dal Dr. Thomas Rowe, che mi salvò la vita: “Qualcuno l’ha fatto!” (la creazione delle EBE, cioè). E il mio diretto superiore, il Generale Arthur G. Trudeau, commentò: “Se può essere fatto, facciamolo!”.
Il Senatore John Glenn, l’astronauta, avrebbe gettato sul tappeto questo problema, anche col suo viaggio del 1998 nello spazio all’età di 76 anni. Glenn scoprì infatti come il ritmo circadiano preposto alla regolazione del sonno potesse essere alterato durante la permanenza nello spazio. Noi ci stiamo muovendo nella giusta direzione ma con calma e qualche volta senza realizzare quanto siamo in realtà vicini alla clonazione o alla realizzazione di una EBE o di un’entità simile.
Quella che noi chiamiamo “natura” ha una risposta per uno dei più grandi e ovvi problemi che sono stati compresi dai terrestri e superati dai creatori delle EBE. Le creature marine, gli animali, gli insetti e pure gli esseri umani si adattano all’ambiente per sopravvivere. Le creature del mare profondo si adattano alla grande pressione, diventando parte del loro ambiente, e la pressione all’interno di tali esseri è uguale a quella presente all’esterno di essi. Gli animali sopravvivono alle grandi altitudini o in ambiente polare attraverso una serie di adattamenti fisici, gli insetti si adattano alloro ambiente nonostante le piogge, gli incendi o la carenza di cibo e acqua. Anche gli esseri umani, alle grandi altitudini nel Sud America, sviluppano grandi capacità polmonari per respirare un’aria più sottile, sebbene al livello del mare o nel nostro normale ambiente essi possano manifestare sofferenza o addirittura, in certi casi, condizioni critiche che possono portare alla morte. I suoi creatori hanno inserito la EBE in una zona chiusa dell’UFO in cui essa stessa diventa un campo magnetico di atomi, lo stesso in cui si trovano le cellule umane. L’EBE è un umanoide che sopravvive nei campi elettromagnetici e pertanto l’UFO e la EBE diventano come un tutt’uno. La struttura cellulare umanoide si propaga con i cambiamenti nelle frequenze all’interno del campo magnetico ammantante il tutto (per dirla con Tesla). E non è avvertito il bisogno di cibo, aria, acqua o ossigeno. Una volta che l’ambiente di estrazione sia scomparso tali stimoli svaniranno velocemente.
Tutto questo in una situazione in cui i nostri corpi umani senza nutrimento o ossigeno collasserebbero.
Nel caso delle EBE anche le loro strutture scheletriche vengono meno al di fuori del loro ambiente e io non ho mai visto alcun rapporto in cui si citassero ferite con sangue o sanguinamenti copiosi da parte delle EBE, supponendosi che eventuali umori e liquidi si dissolvessero uscendo dall’inviluppo del campo elettromagnetico. Ciò è fuori questione, e come risultò dalle autopsie successive e dagli studi condotti sulle EBE di Roswell, nessuno di noi capì appieno la loro composizione strutturale o la ragione per cui fossero state create.
Noi (e io in particolare) abbiamo perso una grossa occasione, a meno che non ci sia data un’altra possibilità attraverso un intervento superiore o un altro incidente del genere.
Dopo aver visto il corpo dell’EBE a Fort Riley, per varie ragioni cominciai a lavorare alla propagazione dei raggi luminosi e istintivamente presi a pensare sempre di più alla luce come ad una fonte energetica. Dimostrai ciò con mia soddisfazione e alla fine degli anni Quaranta presentai il tutto ai miei superiori come base per il brevetto di nuovi sistemi, il che mi fu accordato. Tuttavia la Guerra di Corea iniziò e così dovetti andare per la mia strada restando impegnato altrove per i successivi tre anni. Poi, nel 1961, mi si presentò davanti la possibilità di nuove ricerche per capire qualcosa sui mezzi alieni e soprattutto sul loro sconosciuto sistema di propulsione.
All’epoca furono coniati quattro termini nel corso delle nostre discussioni scientifiche:

1 – Magnetron: atomi alternativamente accelerati e decelerati.
2 – Strozzatura Magnetica: il cambiamento dimensionale di un corpo ferromagnetico quando è posto in un campo magnetico.
3 – Dinamica Magneto-plasmatica: un gas ionizzato in un campo magnetico atto a produrre corrente elettrica.
4 – Bottiglia Magnetica: un campo magnetico che contiene il plasma durante una reazione termo-nucleare.

L’UFO recuperato a Roswell non sembrava possedere motori, propulsori o sistemi atomici o comunque un qualsiasi sistema di propulsione conosciuto.
Hermann Oberth, lo scienziato tedesco a capo di Peenemunde durante la Seconda Guerra Mondiale, nonché maestro e superiore di Von Braun, disse che gli UFO “spingevano” l’aria o gli atomi di fronte a loro e propagavano la loro energia nello spazio (dal canto suo Einstein affermò che lo spazio è una struttura di natura atomica). Noi sentimmo, quando poi venne creato, il campo magnetico intorno al disco volante.
Cambiamenti di intensità e di colore furono causati dal cambiamento nella lunghezza d’onda nel campo elettromagnetico, che si autopotenziava attraverso gli atomi presenti nell’atmosfera e la stessa struttura atomica dello spazio. (Con i tecnici tedeschi portati in USA) perfezionammo il nostro lavoro sul motore atomico per creare un campo intorno all’UFO. Osservammo anche che la superficie dell’oggetto, quando sottoposta a campo magnetico, era allineata atomicamente. Questo conferiva allo scafo una forte luminosità.
Muovendosi nella direzione dell’allineamento (orizzontale e verticale) esso diventava poi trasparente. La forza generatrice doveva ruotare in direzioni opposte e i tedeschi usarono a questo proposito dei motori Wankel. Nei “Foo-Fighters” la gravità “0” che si veniva a creare intorno ai serbatoi di combustibile e ai motori era dovuta ai propulsori e al campo magnetico che ruotavano in direzioni opposte.
Schunberger utilizzò la controrotazione. Questa controrotazione, in altri esperimenti, avveniva sia sul soffitto che nel pavimento del mezzo e permetteva di raggiungere i 12.000 piedi (circa 4.000 metri) di quota. La perdita di controllo nella guida portava però l’oggetto a schiantarsi.
I tedeschi escogitarono anche un sistema in grado di raggiungere un bersaglio utilizzando il sistema costituito dalla “griglia magneticà” che avvolge la Terra.
A quel tempo ottenni nel mio team due scienziati che avevano lavorato con Von Braun e che studiarono l’allineamento degli atomi nei metalli. Discutemmo ampiamente anche su quella che venne, definita la “strozzatura magnetica”, ovvero il cambiamento di dimensioni in un corpo metallico quando posto in un campo magnetico (con le possibili applicazioni ai viaggi nel tempo o dimensionali).
Tuttavia, pur se le EBE sembravano non soffrire o dimostrare emozioni come noi umani, esse parevano mostrare quello che noi conosciamo come “stress”, o una sorta di perdita di efficienza. Sapevamo che potevano aver luogo certi tipi di “strozzature magnetiche”, e quando queste condizioni sembravano manifestarsi ipotizzammo che i creatori delle EBE avessero potuto applicare quello che definimmo un stress opportuno, a tali esseri. Le applicazioni di questa forza sarebbero state dovute ai “venti mentali” che avrebbero direzionato, e successivamente applicato la forza allo scafo del veicolo grazie alle EBE. Questo incremento nel campo magnetico avrebbe condotto ad un cambiamento nella dimensione dell’oggetto. Gli UFO possono così apparire e sparire dalla nostra vista, ed effettuare viaggi dimensionali o entro superfici come l’acqua (molti testimoni affermano di aver osservato gli UFO uscire dall’acqua).
Le EBE possono facilmente trasferire questa “forza aggiunta” attraverso le loro otto dita, quattro per ogni mano (la statua d’oro del dio pre-incaico di Tiahuananco possiede quattro dita). Il Centro di Ricerca della IBM di Almaden sta attualmente compiendo delle ricerche per utilizzare il corpo umano al fine di trasmettere dati elettronici, in modo molto simile a quanto fatto dalle EBE.
Incontrammo molte difficoltà tecniche quando ci occupammo di questi dati, non solo con lo scafo del veicolo recuperato ma anche con gli esseri a bordo.
Nessuno dei voli Gemini fu esente da problemi o inconvenienti, ma grazie alla politica del Governo degli Stati Uniti nessuna di queste cose, come l’esistenza degli UFO o il “regalo” datoci a Roswell, venne presa in attenta considerazione o venne considerata degna di studio alla luce del sole.
Noi cercammo di porci all’interno dell’Esercito in un’ottica differente ma venimmo subito quietati dal clima di opinione dominante.
Le navicelle spaziali terrestri ebbero molte disavventure da quando si tentò di progettare dal niente i primi modelli di mezzi spaziali senza prendere in considerazione i “ritrovamenti” effettuati a Roswell. Tra i più importanti disastri ricordiamo:

GEMINI 3) il sistema del computer di guida non funzionò
GEMINI 4) la porta delle capsula risultò difettosa
GEMINI 5) malfunzionamenti nell’apparecchiatura per l’erogazione dell’ossigeno e nei razzi della navicella
GEMINI 6) il lancio venne fermato per problemi ai propulsori
GEMINI 8) due navicelle collegate iniziarono a ruotare
GEMINI 9) il sistema di chiusura non funzionò bene
GEMINI 10) il computer di bordo non funzionò correttamente
GEMINI 12) instabilità di alcuni componenti della navicella
APOLLO 11) lampi infuocati avvolsero lo scafo causando la morte di tre astronauti
APOLLO 12) problemi elettrici
APOLLO 13) il serbatoio di ossigeno esplose. A bordo erano installate anche apparecchiature nucleari

Qualsiasi cosa succedesse noi possedevano una nave spaziale che nessuno si prese la briga di studiare, neanche virtualmente.
Anziché partire da un punto sicuro per la costruzione di navi spaziali, si decise di iniziare dal principio, da zero.
Facemmo poco o niente con il corpo delle EBE, e mentre gli uomini venivano mandati nello spazio, rischiando le loro vite, la NASA si rifiutava di credere che gli uomini potessero viaggiare nello cosmo mentre non sapevano che le EBE erano state create proprio con questo scopo.
Naturalmente gli astronauti incontrarono molti problemi durante i loro viaggi:

GEMINI 9) diversi problemi di orientamento
GEMINI 11) Gordon ebbe problemi con la respirazione: respirava velocemente e gli mancò più volte l’aria, oltre che il respiro

Tutti gli astronauti, comunque, sperimentarono visioni e “strane sensazioni”. “Forze esterne” cercarono di catturare le loro menti. Problemi psicologici e cambiamenti della personalità generarono diversi problemi mentali.

Il Generale Trudeau una volta mi disse che certe volte gli uomini sviluppano come una relazione con le macchine, una affinità che si sviluppa come con l’attaccamento ad oggetti materiali. Un guidatore professionista di macchine da gara sviluppa nel tempo sensazioni che lo portano, in determinate condizioni, a sentirsi un tutt’uno con la propria macchina. Questi soggetti sono i campioni. Le EBE realizzarono proprio questa particolarità che porta ad una “fusione” tra essere e veicolo in una singola unità, diventano un “unicum” interagente.
Continuiamo ancora a costruire le nostre relativamente grezze navicelle spaziali e ad usare combustibili del nostro passato.
L’uomo è ancora l’uomo e le EBE rimangono a tutt’oggi nel mistero. Anziché trattare i programmi spaziali come una nuova scienza andiamo avanti sempre in prima fila, procedendo a tutta velocità con faraonici programmi-lampo tesi a battere ogni avversario, come la vecchia Unione Sovietica nel caso della Luna. Non è uno sforzo scientifico, ma sono semplicemente esercizi di politica.
Il Progetto Apollo richiese uno sforzo da 24 miliardi di dollari e la velocità con cui venne realizzato non permise di effettuare test adeguati alla complessità dei componenti utilizzati. Anche Von Braun, ad un certo punto, avanzò l’ipotesi che molte procedure fossero allora ancora avventate. Il primo modulo di comando, per esempio, ebbe una impressionante quantità di problemi sul fronte del controllo della qualità. Vennero riscontrati oltre 20.000 difetti, errori e omissioni.
A quel tempo l’U.S. Army possedeva i migliori standard per il controllo della qualità rispetto anche alle industrie.
In un manuale che aiutai a compilare, tuttavia, ogni progetto spaziale era attinto dai nostri studi.
Nel 1958, quando venne creata la NASA, questa crebbe grazie ad assunzioni massicce in tutto il paese, coinvolgendo 400.000 individui e 20.000 aziende.
L’astronauta Grissom una volta appese un limone (sinonimo di “fregaturà” in USA) sul portellone del simulatore Apollo, e vi rimase ucciso in un una esplosione nel 1967 con due colleghi.
I decenni successivi furono caratterizzati da una compenetrazione estensiva del controllo civile in ambito militare. Il Governo Ombra affermò che i militari erano una minaccia alloro controllo, così fummo relegati nelle retrovie di ogni sforzo compiuto per la conquista dello spazio. Il nostro “Progetto Horizon” venne eliminato e venimmo a conoscenza che in comparazione con il progetto Apollo il nostro UFO vinceva in semplicità. La scafo ed il suo pilota era un tutt’uno, operavano e funzionavano attraverso un campo magnetico. Il pilota e lo scafo cambiavano di dimensione quando posti in un campo magnetico. Questa venne chiamata “strozzatura magnetica”. Wilbert Smith ci disse che campi magnetici estremamente intensi, del tipo di quelli ottenuti nella colonna atomica a Bikini (attraverso i test nucleari, n.d.r.) , potevano causare a livello energetico delle “vampe selvagge” in grado anche di rompere i legami atomici. Il pilota e lo scafo erano inoltre isolati contro le grandi variazioni di temperatura presenti nello spazio. Le espansioni e le contrazioni erano compensate istantaneamente, e a bordo delle navicelle aliene recuperate non vennero rinvenuti apparati o strumenti per il controllo della temperatura.
La conclusione logica fu che tutto ciò era forse reso possibile dal campo o “guscio” elettromagnetico che avvolgeva la nave e gli occupanti. La struttura dello scafo, quanto il clone umanoide (l’EBE), erano “all’interno” del sistema di controllo elettronico della nave, che poi comprendeva anche il sistema di propulsione. Il pericoloso sistema dell’ossigeno presente sulle nostre navicelle lì dentro non esisteva, e non era necessario neanche per il pilota.
“Riteniamo che la morte del tre astronauti Apollo non fu vana, quando riuscimmo a raggiungere la Luna”, dichiarò la NASA. lo non la penso in questo modo, se non fossimo partiti da zero invece di acquisire una nuova scienza e avessimo voluto lasciare da parte le beghe politiche, quella tragedia non sarebbe mai accaduta.
Un punto da dover considerare; non vidi mai un rapporto o delle considerazioni riguardo i cloni EBE che affermasse che fossero soggetti ai cambiamenti di temperatura o ambientali, mentre invece lo scafo alieno sembrava subire tali modificazioni. lo penso che nella sua struttura base i creatori delle EBE presero in considerazioni queste eventualità che sono le più importanti durante il volo spaziale.
Le Entità Biologiche Extraterrestri propagano una energia elettromagnetica dalle loro cellule, e lo stesso procedimento viene effettuato dallo scafo del veicolo, e la somma di queste due forze porta ad un allineamento nella superficie, nella luce nonché ad una grande resistenza e durezza. Un piccolo cambiamento nella frequenza nell’allineamento rende inoltre la superficie della nave aliena trasparente.
Nei miei precedenti scritti ho descritto come, durante la mia permanenza come capo delle Divisione Tecnologia Straniera del R&D (settore Ricerche e Sviluppo) (1) dell’esercito USA, riuscii ad ottenere uno strumento alieno che sembrava permettere di misurare le emissioni elettromagnetiche che provengono dal corpo. All’inizio non riuscii ad accenderlo, a causa della mia conoscenza limitata tipica della ragione umana, ma alla fine ne dedussi che la relativa batteria era esaurita. Successivamente portai questo strumento al nostro Laboratorio Atomico a Fott Belvoir, ove lo sottoposero a radiazioni che lo riportarono in funzione.
Questo metodo era tipico del nostro approccio; anziché trattare il fenomeno UFO come una “scienza nuova” in cui partire da zero, cercavamo nuove applicazioni della “nostre” conoscenze per acquisire il “know how” di quanto studiavamo. Questo approccio ci ha condotto sempre verso nuovi scenari e qualche volta in direzioni sbagliate. Lavorammo duramente ad alcune delle nostre idee e per fortuna o per nostro ingegno sviluppammo i transistor, i circuiti integrati ed altro ancora.
Iniziammo a sviluppare alcune delle meraviglie del tempo e apportammo alcuni miglioramenti al benessere collettivo dell’umanità. Ma avevamo appena scalfito la superficie.
In aggiunta alla nostra lentezza, dovuta alla non conoscenza di questa nuova scienza e alla mancanza di esperienza e di “background” in merito, le piccole scoperte che ottenemmo furono non comprese e ci fu un atteggiamento quasi criminale da parte di “debunkers” e scettici. Ci strillarono “Fateceli vedere!”. Se noi avessimo mostrato loro quello che avevamo sotto mano non avrebbero riconosciuto la propria ingenuità ed inesperienza e non avrebbero saputo cosa fare di quanto avevamo ottenuto. Non permettemmo mai a costoro di trasferirci la loro stupidità.
Dopo tutti questi anni ho cercato di mettere per iscritto il fatto che le EBE e gli UFO sono un’unica entità operante. Quest’unica grande affermazione sta suscitando notevole interesse e ho in corso diversi contatti con scienziati molto noti per discutere eventuali sviluppi futuri. Loro hanno visto la fondatezza delle nostre idee tra cui il fatto che gli UFO sono da considerarsi come una naturale evoluzione dei nostri moderni aeroplani e dei velivoli spaziali costruiti dalla NASA.
Fino ad oggi tutti hanno fallito perché non esistono precedenti per gli UFO in cui si debba considerare il pilota parte integrante di una nave aliena.
In aggiunta non esistono assolutamente precedenti per sistemi di propulsione simili a quelli che studiammo. I motori con propulsioni esotiche, lo Shuttle, le missioni Gemini ed Apollo, fanno parte di un’altra era e di un’altra scienza, non di un altro mondo di un altro futuro.
Gli Americani, i Russi, i Tedeschi, gli Inglesi tutti concorrevano al miglioramento delle proprie tecnologie e dei propri prodotti, anziché imbarcarsi nello studio di una nuova scienza fin dall’inizio.
Gli scienziati tedeschi realizzarono in parte ciò e iniziarono a creare una nuova scienza dall’inizio. I “Foo-Fighters” e la scoperta di poter utilizzare la griglia magnetica terrestre per trovare obiettivi erano ancora agli inizi. Fortunatamente il Generale Patton riuscì a travolgere le loro installazioni. I tedeschi costruirono i dischi volanti e ci montarono anche cannoni da 20 mm.
Dopo ciò tornammo alla nostra vecchia strada, il miglioramento delle tecnologie, non nuove ricerche e lo sviluppo di nuove tecnologie basate sul “regalo” che ci era stato fatto a Roswell.
Noi del settore R&D dell’Esercito americano sviluppammo un propulsore atomico in grado di venire applicato ai normali veicoli per il volo spaziale, e cercammo di utilizzarlo per il nostro futuro. Ma questo fu con nostra ingenuità l’approccio sbagliato.
Le EBE erano la chiave, e questo è stato provato al contrario dalla NASA con i suoi errori e le sue morti. Hanno speso migliaia di miliardi di dollari, ma l’uomo non può ancora viaggiare nello spazio e le loro navicelle sono, in comparazione a quelle aliene, ancora grezze. Un grande sforzo per migliorare le nostre tecnologie, ma grossolanamente inadeguato alla luce degli UFO e dei loro piloti “elettronici”: i cloni umanoidi o EBE.
Cominciando dall’inizio sulla base della “nuova scienza” aliena, possiamo migliorare e apportare grandi benefici all’umanità del nostro pianeta, oggi e nel futuro.
Nella nostra analisi degli artefatti di Roswell riuscimmo a perfezionare le prime pompe cardiache e i primi respiratori. Riuscimmo ad aprire le prime ricerche sugli equipaggiamenti criogeni. Oggi ci troviamo davanti ad una grande sfida.
Infatti gli astronauti russi provenienti dalla MIR (2) hanno permesso di far luce sul fatto che la prolungata permanenza nello spazio produce gravi danni al sistema immunitario umano. Negli ultimi venti anni, trenta nuove malattie sono state identificate. La malaria e la tubercolosi sono state debellate, la polmonite e la meningite sono in risalita (ho fantasticato più volte che questo potrebbe essere il sistema con cui una intelligenza superiore potrebbe combatterci su di un piano diverso, non con armi ma con la minaccia di morte attraverso virus o malattie), e bisogna ricordare anche come l’HIV stesso sia una entità vivente.
Posso configurare uno scenario di morte in cui un astronauta mandato nello spazio potrebbe ritornare su questo pianeta ammalato, con il sistema immunitario danneggiato o attaccato da virus per le quali non possederemmo cure. I viaggi spaziali potrebbero essere l’equivalente di una sentenza di morte.
C’è stata data però una risposta, una soluzione che ci viene dalle EBE.
Ci è stata mostrata la strada in cui trovare le nostre risposte, e come compensare e bypassare la minaccia di una morte violenta.

NOTE:
1. R&D: “Research and Development” – Divisione di Ricerca e Sviluppo presente nell’United States Force (N.d.R.)
2. 2 MIR: La Stazione Spaziale russa fatta rientrare lo scorso anno nell’atmosfera (N.d.R)

LE E.B.E. DI PHILIP CORSO
La chiave in un episodio del 1968?

di Roberto Pinotti
da “UFO Notiziario” Nuova Serie – N. 45 del Giugno/Luglio 2003

La recente pubblicazione del volume di Philip Corso “L’alba di una nuova Era” ripropone il problema delle sconcertanti rivelazioni del colonnello statunitense. Uscito postumo e in seguito ad una lunga polemica che in ogni caso tradisce tutto il fin troppo evidente tentativo di strumentalizzazione della figura dell’ex militare americano in USA come altrove, questo suo secondo libro sviluppa alcuni degli aspetti e dei concetti contenuti nel precedente “Il giorno dopo Roswell”, occupandosi fra l’altro del problema delle Entità Biologiche Extraterrestri (EBE).
Com’è noto, Corso afferma (e non è il solo) che gli esseri alieni che pilotano gli UFO sono in realtà solo degli organismi biologici artificiali “prodotti in serie” per clonazione in laboratorio da ignoti creatori che preferiscono utilizzare tali EBE invece di esporsi direttamente in operazioni di controllo e monitoraggio del nostro mondo.
Si tratta insomma di “vuoti a perdere” che, in caso di incidente, nessuno piangerà perché non saranno in effetti mai morti in quanto mai nati; esseri in tutto e per tutto programmati biologicamente per le funzioni per cui sono stati creati, ivi inclusa quella di comunicare.
Se non fosse stato verificato il suo curriculum militare e di intelligence, indubbiamente, si farebbe fatica a questo punto ad accettare non tanto l’idea che Corso abbia avuto accesso a tutta la documentazione segreta sul “crash” di Roswell, reperti e corpi degli occupanti compresi, quanto l’affermazione secondo cui egli si sarebbe perfino trovato di fronte e “dialogato” con una di queste EBE durante un vero e proprio “incontro ravvicinato del terzo tipo” sui generis.
Fatto è che un Corso lo si può accettare “in toto”, sostenendone la totale buona fede, ovvero in parte, ritenendo che, da uomo di intelligence, egli abbia detto solo cose che poteva e/o doveva dire in base a direttive comunque atte a rilasciare informazioni parzialmente vere con altre parzialmente false allo scopo di confondere le acque e depistare la ricerca della verità.
Evidentemente ognuno può credere cosa vuole e ulteriori polemiche al riguardo sarebbero sterili.
Chi, come noi, ha conosciuto Corso sarebbe tentato di optare per la prima ipotesi sul piano personale, ma va da sé che le sensazioni individuali non sono e non possono valere come prove. Pertanto la questione è e resta aperta.
Quello che però vale la pena di approfondire è un’altra cosa. Corso – lo si ricordi – non ha mai parlato prima della morte del Generale Trudeau, il suo diretto superiore alla cui richiesta di silenzio si riteneva vincolato, e il suo nome è stato ignoto a tutti fino alla prima metà degli anno Novanta. Né – impegnato come effettivamente era ed è stato professionalmente in altre incombenze – risulta che si sia mai particolarmente interessato di ricercare o raccogliere rapporti di eventi ufologici, disponendo in effetti già di risposte definitive alla fonte. Meno che mai poi, dagli USA, di cercare “col lanternino” casistica ufologica estera.
Orbene, cosa direste se vi dicessimo che le sue descrizioni delle EBE potrebbero essere totalmente confermate da un insospettabile e poco noto IR3 avvenuto in un altro paese e di cui in USA nessuno sapeva assolutamente nulla?
Facciamo un passo indietro.
Come abbiamo già scritto in un articolo del Settembre-Ottobre 2000, nella notte del primo sabato di luglio del 1968 il rappresentante industriale Walter Marino Rizzi, di Bolzano, percorreva a bordo della propria auto il Passo Gardena, sulle Dolomiti, verso le 24.00.
A causa dei banchi di nebbia che non consentivano una adeguata visibilità, il guidatore fermò l’autovettura in un piazzale deciso a sostarvi per il resto della notte. Addormentatosi, fu destato da un odore come di bruciato. Allarmatosi, e pensando che la propria “FIAT 600” stesse prendendo fuoco per un corto circuito, il Rizzi usci dall’auto per ispezionare il motore. Ma tutto era a posto. Fu a questo punto che sul lato opposto della strada, ad una distanza forse di 500 metri, scorse uno squarcio luminoso, simile alla terrazza illuminata di un albergo. Ma nella zona, a lui perfettamente nota, non ce n’erano. Decise allora di avvicinarsi, e fu così che scorse infine un enorme oggetto discoidale poggiato al suolo su tre sostegni, immersa in una specie di luce lattiginosa. Lo strano apparecchio era sormontato da una cupola e aveva un diametro non inferiore ai settanta metri. Ma cediamo la parola al testimone.
“Arrivato a cinquanta metri, notai che sul lato destro del disco c’era un robot cilindrico alto due metri e mezzo, con tre gambe e quattro braccia, che teneva la parte esterna dell’oggetto, e la faceva girare come se stesse riparando un guasto… Ora vedevo perfettamente: era di un alluminio chiaro, che a volte pareva quasi trasparente… la luce bianca terminava a circa cinquanta metri dal disco, come se fosse un muro… Arrivato ove iniziava il muro di quella strana luce, mi sentii di colpo bloccato, come se il mio corpo pesasse una tonnellata; ero incapace di muovermi e facevo molta fatica a respirare. Vi era dintorno un gran calore e un fortissimo odore di bruciato… La cupola vitrea sulla sommità del disco era particolarmente rilucente e vidi due esseri che guardavano giù…”.
A quel punto una sorta di botola si apri nella parte inferiore del “disco”, sprigionando una densa luce viola ed arancione, da cui emerse una strana figura vestita di un casco trasparente e di una tuta aderente e argentea provvista di una cintura in corrispondenza della vita, che si fece incontro al testimone sfiorando il terreno. E cosi il Rizzi se lo trovò proprio di fronte. Ecco la sua descrizione:
“Sembrava alto poco più di un metro e sessanta… e quando fu a poco più di un metro da me alzò la mano destra e mi guardò fisso negli occhi… aveva i capelli cortissimi, castano chiaro. I suoi occhi erano bellissimi, più grandi dei nostri, leggermente obliqui, come quelli di un gatto, con la parte bianca color nocciola, l’iride azzurro-verde e le pupille ovali, che si contraevano continuamente. Anche il naso, molto piccolo, ricordava quello dei felini. Le sue labbra erano sottilissime e quando sorrise vidi che aveva dei denti bianchi e regolari… La pelle era color verde oliva chiaro e levigata come una gomma… Quello che mi colpì maggiormente in lui erano le gambe e le braccia: i piedi sembravano degli zoccoli, mentre l’avambraccio era molto più lungo del normale; le mani, guantate, mi parevano sottili e lunghe… Di fronte all’essere – precisa Rizzi – mi sentivo ora libero e leggero come una piuma… Non trovo le parole adatte per descrivere lo stato d’animo che avevo, era una sensazione celestiale; volli abbracciarlo ma di colpo mi sentii di nuovo bloccato, e lui con il braccio mi fece cenno di non farlo. Volli allora chiedergli in italiano da dove venisse… Non ebbi neanche il tempo di formulare la domanda, che già nel mio cervello ebbi la risposta… Così si svolse tutta la nostra comunicazione: egli mi leggeva nel pensiero, dandomi all’istante la risposta…”.
Non entreremo più di tanto nella descrizione dell’esperienza di Rizzi per ragioni di spazio, ma vale la pena di ricordare come nel corso del “dialogo” l’entità dell’UFO gli abbia precisato una serie di peculiarità fisiche e metaboliche della propria specie: una pelle il cui color verde oliva era solo apparente, in quanto mero prodotto della ricezione dello spettro elettromagnetico terrestre; un organismo molto semplice, dato da un apparato digerente privo dei relativi annessi, ma nondimeno provvisto di cuore e polmoni piuttosto sviluppati; e assenza di caratteristiche sessuali, in quanto la riproduzione dell’essere non avrebbe implicato un accoppiamento.
Tutte caratteristiche abbastanza comuni alle presunte creature dei vari pretesi “UFO-crashes”, e indubbiamente più proprie di un “clone” che di un essere vivente propriamente detto.
L’alieno di Rizzi, dunque, già 35 anni fa presentava tutte le caratteristiche che dovevano poi emergere dagli USA in relazione alle fantomatiche EBE.
Può tutto questo essere puramente casuale? Ne dubitiamo fortemente.
Il “caso Rizzi”, ben poco conosciuto in Italia e più noto in Germania, non ci risulta essere mai stato ripreso da pubblicazioni USA (sebbene sia stato menzionato dalla “Flying Saucer Review” britannica). Di conseguenza è molto improbabile che Philip Corso ne sia venuto specificamente a conoscenza. Orbene, non c’è neanche bisogno di dire che la descrizione grafica fornita dall’altoatesino e dal colonnello americano coincidono quasi del tutto per quanto concerne sia l’anatomia dell’essere che la sua descrizione generale.
A livello comparativo, la creatura extrasolare di Rizzi e la EBE incontrata da Corso sembrano infatti essere la stessa entità, cosi come identico appare il modo (telepatico) di comunicare con gli interlocutori umani.
Walter Rizzi è morto nel 2002 continuando a giurare sulla veridicità del proprio “incontro ravvicinato del terzo tipo” e sopravvivendo dunque di qualche anno a Corso.
Entrambi sembrerebbero essersi confrontati con la stessa, incredibile realtà.

OCCHI FELINI DALLE STELLE
Il ritorno di un antico mito nelle odierne cronache ufologiche.

di Gianfranco Degli Esposti
da “UFO Notiziario” Nuova Serie – N. 15 del Settembre/Ottobre 2000

Dai ruderi delle civiltà sumeriche alla giungle guatemalteche e messicane, fino alle sconfinate pianure del Deserto di Gobi, emergono immagini di un medesimo culto ancestrale, ora scolpite nella pietra ora tramandate attraverso molteplici generazioni in leggende e tradizioni riscontrabili negli attuali usi e costumi locali: il mito di divinità dalle fattezze feline, o meglio a metà strada fra l’uomo ed il felino, esponenti di una stirpe sconosciuta che si narra sia “discesa dalle stelle”. Presso gli Olmechi dell’America Centrale tali esseri presero il nome di “uomini giaguaro” e ancor oggi gli indigeni, riferendosi a quelle antiche raffigurazioni, parlano esplicitamente di “guerrieri stranieri” o di “guerrieri della notte”, una possibile allusione allo spazio cosmico. In Mesopotamia invece, come nell’isola di Creta e notoriamente anche in Egitto, venne presa ad emblema dal misterioso popolo l’immagine del leone: si vedano i famosissimi bassorilievi e maschere ritraenti la possente fiera, non a caso attributo di forza e divinità di re e sovrani, nonché ovviamente la stessa sfinge. Infine nel Celeste Impero (come del resto anche presso i Maya) la scelta per designare il sovrumano cadde sulla tigre: significativamente ancor oggi si dice che gli sciamani della Mongolia ed i monaci tibetani, cadendo in trance, entrano in contatto con i “signori di tutte le cose” che hanno appunto “volti di tigre e volano su uccelli di fuoco”.
Sorprenderà a questo punto constatare come le propaggini di questo antichissimo e misterioso culto, un tempo di portata quasi planetaria, si estendano sino al moderno tema degli UFO, di per sé del resto espressamente collegato ai sopra menzionati “carri” o “vascelli infuocati”, il cui ricordo è così spesso ricorrente nelle leggende e nei testi sacri di innumerevoli culture.
Il discorso è rivolto a quegli episodi ufficialmente noti di contatto ravvicinato con creature, la cui morfologia richiama manifestamente i tratti di quegli uomini gatto scesi dal cielo migliaia di anni fa.
In Italia conosciamo a questo riguardo due casi, risalenti agli anni Sessanta, ma divulgati solo parecchi anni più tardi.
Il primo, in ordine di trattazione, avvenne nell’estate del 1968 in Val di Fassa, sulle Dolomiti, ed ebbe come protagonista il rappresentante di un’industria automobilistica. Reso di pubblico dominio nel 1979, esso trovò eco anche all’estero, attraverso le più quotate riviste dedicate alla problematica degli oggetti volanti non identificati, come la tedesca “UFO Nachrichten” e la britannica “Flying Saucer Review”, sulle quali furono riportate le interviste che figure storiche, come il maggiore Colman von Keviczky e la cugina di Jung, Lou Zinstag, personalmente effettuarono al testimone: un uomo la cui coscienza apparve profondamnete influenzata da quell’esperienza, soprattutto nel rapporto con la religione, la politica e le cose terrene in genere.
Il resoconto qui presentato appoggia sulle memorie che egli racchiude nel testo “Flying Saucer Seen in the Dolomites”, del 1968 e su n suo pubblico intervento, tenuto in occasione d una conferenza internazionale a Magonza, in Germania.
Il secondo caso, qui ripercorso, si verificò invece sulle colline circostanti Bologna, sul finire del 1962, e vide il palesarsi di esseri estremamente simili nei lineamenti e nell’abbigliamento all’alieno che sei anni più tardi sarebbe stato avvisato in Val di Fassa: pochissimo conosciuto sino ad un quindicennio fa, se non per una lettera anonima che il testimone, poche settimane dopo l’evento, aveva inviato alla rivista “Settimana Incom”, contestualmente ad un articolo relativo ad un avvistamento UFO, riferito sulle colonne della medesima. Su di esso gravò per anni il sospetto che si trattasse dell’ideazione di un mitomane.
Solo nel 1986, con la casuale individuazione dell’interessato, la cui vera identità è a tutt’oggi coperta da un nome fittizio, fu possibile “disseppellire” tale vicenda e valutarla in una luce completamente diversa. Si trattò peraltro di una ricerca le cui risultanze furono espressamente confinate, dagli stessi “riesumatori” del caso, a pochi “addetti ai lavori” e soprattutto sostanzialmente ridotta ad un arido e distaccato resoconto sul fatto in sé, in quanto priva di alcun “close up” sulla storia personale e la psicologia del testimone, non fosse che per il vago accenno allo stato d’animo tangibilmente scosso che questi ancora evidenziava rievocando il lontano episodio. Di qui lo spessore apparentemente inferiore del caso in questione rispetto al precedente.

Lo “straniero” dal lungo passo felpato
Quella notte del primo sabato del luglio 1968, il rappresentante industriale Walter Marino Rizzi, di Bolzano, era ben lungi dal prevedere ciò che il destino aveva in serbo per lui, che mentre percorreva a bordo della propria auto il Passo Gardena, sulle Dolomiti, intenzionato a raggiungere la località di Campitello, ove la zia gestiva un Hotel, stava in realtà andando incontro all’esperienza più sconvolgente della sua vita.
[Walter Rizzi] Erano da poco trascorse le 24 quando, imbattutosi improvvisamente in densi banchi di nebbia, alquanto inusuali per la stagione, fu costretto a fermarsi, completamente privo di visuale. Scorto nelle immediate adiacenze un piccolo piazzale, decise di fermare la vettura per trascorrere lì la notte, desistendo ragionevolmente dal proposito di proseguire un viaggio in condizioni così rischiose. Poco dopo essersi addormentato, venne bruscamente destato da un acre odore di bruciato. Temendo che la sua Seicento stesse prendendo fuoco, per via di un ipotetico corto circuito, volle dare un’occhiata al motore, ma riscontrò che ogni cosa era a posto. Stava ancora ispezionando la macchina, quando scorse sotto di lui, sul lato opposto della strada, a circa 500 metri di distanza, un potente bagliore luminoso che scaturiva attraverso uno squarcio della coltre di nebbia. Sembrava a prima vista la terrazza di un albergo illuminata a giorno: l’unico problema era che in quella zona, a lui estremamente famigliare, di alberghi non ve n’era l’ombra… Avvicinatosi alla fonte dello strano fenomeno, constatò, allibito, la presenza di un enorme oggetto discoidale, immerso in una specie di luce lattiginosa: la strana macchina, sormontata da una cupola trasparente, poggiava su tre sostegni, e misurava, circa settanta-ottanta metri di diametro.
“Arrivato a cinquanta metri, notai che sul lato destro del disco c’era un robot cilindrico alto due metri e mezzo, con tre gambe e quattro braccia, che teneva la parte esterna dell’oggetto, e la faceva girare come se stesse riparando un guasto… ora vedevo perfettamente: era di un alluminio chiaro, che a volte pareva quasi trasparente… la luce bianca terminava a circa cinquanta centimetri dal disco, come se fosse un muro… Arrivato ove iniziava il muro di quella strana luce, mi sentii di colpo bloccato, come se il mio corpo pesasse mille chili; ero incapace di muovermi e facevo molta fatica a respirare. Vi era dintorno un gran calore ed un fortissimo odore di bruciato… La cupola di vetro sulla sommità del disco era particolarmente rilucente e vidi due esseri che guardavano giù…”
In quel preciso momento una specie di botola si aprì nella parte inferiore dell’UFO, sprigionando una densa luce viola ed arancione, dalla quale emerse una strana figura vestita di un casco di vetro e di una aderente tuta argentea, provvista di una vistosa cintura posta in corrispondenza della vita, che gli si fece incontro con dei lunghi passi, “sfiorando” il terreno.
“Sembrava alto poco più di un metro e sessanta… e quando fu a poco più di un metro da me, alzò la mano destra e mi guardò fisso negli occhi… Aveva i capelli cortissimi, castano chiaro… I suoi occhi erano bellissimi, più grandi dei nostri, leggermente obliqui, come quelli di i un gatto, con la parte bianca color nocciola, l’iride azzurro-verde e le pupille ovali, che si contraevano continuamente. Anche il naso, molto piccolo, ricordava quello dei felini. Le sue labbra erano sottilissime e quando sorrise vidi che aveva dei denti bianchi e regolari. La pelle era color verde oliva chiaro e levigata come una gomma… Quello che mi colpì maggiormente in lui erano le gambe e le braccia: i piedi sembravano degli zoccoli, mentre l’avambraccio era molto più lungo del normale; le mani, guantate, mi parevano sottili e lunghe.”
Il contatto visivo ravvicinato con lo sconosciuto trasmise nel testimone una sensazione di improvvisa ed illimitata felicità:
“Mi sentivo ora libero e leggero come una piuma… Non trovo le parole adatte per descrivere lo stato d’animo che avevo, era una sensazione celestiale; volli abbracciarlo ma di colpo mi sentii di nuovo bloccato, e lui con il braccio mi fece cenno di non farlo. Volli allora chiedergli in italiano da dove venisse… Non ebbi neanche il tempo di formulare la domanda, che già nel mio cervello ebbi la risposta… Così si svolse tutta la nostra comunicazione: egli mi leggeva nel pensiero, dandomi all’istante la risposta.”
Con queste ultime parole è eloquentemente descritto il processo di interscambio telepatico, sotto la cui egida si articolò l’intero incontro.
Da questo momento l’alieno cominciò ad erudire l’interlocutore terrestre sul proprio mondo di provenienza, un pianeta molto lontano dalla nostra galassia, grande quasi due volte il nostro e provvisto di due soli, uno più grande ed uno più piccolo, determinanti un lungo giorno ed un lungo crepuscolo, a fronte peraltro di una notte brevissima; aggiunse inoltre che il mondo in questione possedeva un panorama di sconfinata bellezza dato da montagne altissime e vegetazione lussureggiante. Poi, passò a descrivere gli usi e costumi vigenti nella propria avanzatissima società, fornendo il classico quadro utopico-idealistico, ricorrente in numerosi resoconti contattistici: rapporti collettivi armonici, indole vegetariana e non violenta degli abitanti, vita molto più lunga della nostra e totale assenza di malattie. In particolare, affermò che la longevità, sul proprio pianeta, era assicurata da una tecnologia in grado di “rigenerare continuamente e potenziare le cellule dell’organismo” (1), per cui la morte sopraggiungerebbe nel soggetto solo con il totale esaurimento del ciclo energetico interno.
Altri dettagli dell’inconsueta divulgazione furono ovviamente rivolti alle peculiarità fisiche e metaboliche della propria prodigiosa specie spaziale: una pelle il cui colore verde oliva era solo apparente, in quanto mero prodotto della ricezione dello spettro elettromagnetico, tipica dei terrestri; un organismo molto semplice, dato da un apparato digerente privo dei relativi annessi, ma per contro provvisto di un cuore e polmoni alquanto sviluppati, in funzione della necessità di una consistente immissione d’aria per la nutrizione di sangue e cervello. Circa quest’ultimo l’essere spiegò che era di dimensioni doppie rispetto al nostro ed in grado di compiere cose che a noi sarebbero impossibili (2); inoltre esso accennò alla propria robusta struttura corporea data da muscoli potenti, concepiti per resistere alla forte pressione atmosferica del pianeta di origine. Un ultimo tratto caratteristico, in rapporto all’uomo, era l’assenza di differenziazioni legate al sesso, motivata da una riproduzione non dipendente da accoppiamento.
Particolari alquanto interessanti, alla luce delle nozioni di cui oggi disponiamo sulle presunte caratteristiche tecnico meccaniche degli UFO, affiorano anche dalle osservazioni del testimone sul grande oggetto discoidale: veramente notevoli in un’epoca nella quale vigeva a questo riguardo, presso i pochissimi studiosi, una visione alquanto “naive”, di fatto mutuata dalla pubblicistica fantascientifica:
“Ogni tanto scrutavo il disco per capire come era costituito: non vi era una saldatura o bulloni e giunture: sembrava ‘fuso in un sol pezzo’. La composizione del suo materiale, mi disse, era mille volte più resistente di un qualsiasi nostro. Inoltre aveva la proprietà di ‘autosaldarsi automaticamente’.” (3) L’alieno trasmise inoltre al Rizzi dettagli in merito ai grandi veicoli madre, vere e proprie portaerei siderali che coprono le distanze interstellari, “in grado di arrivare sino a cinque chilometri di diametro”, ed all’energia propulsiva che essi sfruttano, derivante “dai sistemi solari e dai campi di attrazione e repulsione dei pianeti”; una fonte di “inesauribile e terrificante potenza”, con la quale l’avanzatissima tecnologia perviene a velocità ben superiori a quelle della luce: “Eliminano le distanze all’istante, trasferendo la materia, e quindi loro stessi, compresi i loro mezzi.”
Altro interessantissimo particolare di questa comunicazione si riscontra nel punto in cui l’essere informò il terrestre di strani corpi celesti, alquanto temibili per la navigazione spaziale: “Il solo pericolo per questi grandi dischi sono dei pianeti la cui attrazione magnetica è spaventosa anche a grandi distanze; la compattezza di questi pianeti è tale che un solo metro cubo di esso pesa più del nostro sistema solare.” Il pensiero a questo punto non può che correre ai famosi Buchi Neri; vi è però un dato che non può che sconcertare: il fatto che tali corpi furono per la prima volta scoperti nel 1971, vale a dire ben tre anni più tardi l’incontro ravvicinato del Rizzi!
Non mancò neppure un inquietante vaticinio sul futuro del pianeta Terra, come da prassi frequentemente riscontrata nella casistica degli incontri con entità extraumane:
“Volli inoltre sapere perché non ci facessero partecipi delle loro conoscenze tecnologiche e perché non rimanessero con noi per un certo tempo… Replicò che era impossibile per loro interferire con l’evoluzione di un altro pianeta; che trascorrere del tempo nel nostro sistema solare li avrebbe fatti invecchiare precocemente, e infine che non avremmo mai raggiunto il loro stadio evolutivo, per via della precarietà della crosta terrestre: in un prossimo futuro avverrà uno spostamento dei poli e questo produrrà una vasta apertura nella crosta terrestre, provocando cataclismi che distruggeranno l’ottanta per cento della popolazione mondiale, lasciando solo una stretta striscia di terra inabitabile per i superstiti.”
I pensieri del terrestre corsero quindi all’immagine di Dio, chiedendo allo straniero se un credo del genere esistesse anche sul suo lontano pianeta. Dapprima apparentemente confuso, l’essere rispose che per loro Dio è ovunque: nelle piante, negli animali, nelle rocce, nell’erba ed in tutta la natura esistente, e che da come ci si comporta verso quanto ci circonda, si ricevono determinanti influssi positivi o negativi.
Nel frattempo il robot, cessato il proprio lavoro, era divenuto più piccolo, e sfiorando il terreno si era avvicinato alla parte inferiore del disco, in corrispondenza della botola dalla quale fuoriusciva una luce arancione. Con estremo rammarico Rizzi avvertì ché l’incontro stava volgendo al termine:
“Venni preso dalla disperazione, pensando che non l’avrei più rivisto. Gli chiesi, lo supplicai di prendermi con loro… mi disse che non era possibile: il mio organismo non avrebbe sopportato le loro vibrazioni ed energie; allora, preso dalla disperazione, mi misi in ginocchio e piangendo lo pregai di darmi qualcosa di lui. Mi fissò con il suo meraviglioso sguardo, dandomi ancora quella sensazione di pace e tranquillità e nel contempo allungò il suo braccio destro, sfiorando la mia spalla sinistra, e mi sentii sollevare da terra come una piuma…”
Contemporaneamente lo straniero amico indietreggiò lentamente, e alzando il braccio destro in direzione del terrestre, in segno di saluto, si portò al centro del disco, ponendosi di fianco al robot, e scomparendo in un fascio di intensissima luce.
“In quell’istante una forza invisibile mi sospinse lontano dal disco: cercai di fermarmi ma era come se fossi trasportato di peso. Solo dopo circa duecento metri potei fermarmi. Con emozione mi misi a guardare la partenza, la luce bianchissima ovattata che avvolgeva il disco cominciò ad affievolirsi, i sostegni rientrarono… il rotore esterno prese a girare vorticosamente, silenzioso, la luce cominciò a divenire sempre più intensa… giunto ad un altezza di trecento metri, l’alone che circondava l’oggetto divenne bianchissimo, nel contempo udii come un fischio che mi ruppe quasi i timpani, e come una schioppettata si alzò in cielo verso Nord Est e sparì…”
Brancolando l’uomo si portò alla sua auto, pizzicandosi più volte come per accertarsi che non fosse reduce da un comune sogno… Malgrado scosso e sconcertato, sentiva che quel giorno aveva aperto un capitolo completamente nuovo della sua vita.
Improvvisatosi “field investigator”, Rizzi fece più sopralluoghi nei giorni che seguirono sul punto dell’atterraggio, raccogliendo qua e là campioni vegetali e minerali, e scattando foto.
“Con mia grande sorpresa – ricorderà – mi accorsi che sull’area ove era caduta la luce abbagliante, l’erba era cresciuta tre volte più alta rispetto a quella circostante.” (4) A casa egli cercò inutilmente di rendere edotto il cugino della propria straordinaria avventura, ma questi, pur constatando in lui uno stato d’animo effettivamente alquanto atipico, reagì con una risata alla narrazione, insinuando che egli si fosse ubriacato. Riuscì peraltro a trovare pieno ascolto e fiducia da parte della figlia, che egli, allo scopo, raggiunse in California, ove si era trasferita.
Deciso a divulgare la storia del suo contatto, con l’aiuto della congiunta, prese a spedire innumerevoli lettere a tutti gli indirizzi che comparivano sulle riviste americane dedicate agli UFO. Non ricevendo alcuna risposta, rientrò in Italia, del tutto rassegnato all’idea di dover tenere per sé la propria avventura, come avrebbe fatto per parecchi anni a venire.
Ma l’incredibile avventura del Rizzi aveva trovato una curiosissima anticipazione in un episodio avvenuto parecchi anni prima, durante la guerra. Nel 1941/42, il nostro protagonista era di stanza a Rodi, in Grecia, ove prestava servizio come meccanico aeronautico e interprete per l’aeronautica italiana e tedesca all’aeroporto di Gadurra. Un giorno, su invito di una bambina che andava spesso a trovarlo al campo, si fece condurre in cima ad una montagna, dove dimorava un singolare personaggio, detto il “Santone”, un vero e proprio eremita. Come l’uomo si avvide dell’arrivo dell’italiano, alzò la mano destra, in segno di saluto, proprio come avrebbe fatto lo “straniero” dai tratti felini parecchi anni dopo. E alla stessa stregua del misterioso Visitatore, il vecchio prese ad erudire il Rizzi con nozioni “fantastiche” agli occhi di quest’ultimo, parlando di un universo ricco di pianeti abitati, e della possibilità di viaggiare nello spazio con il proprio corpo astrale, superando in tal modo le enormi distanze cosmiche. Un singolare accenno fu dedicato dal “Santone” agli abitanti di tali mondi, alcuni dei quali, precisò, sarebbero in possesso di avanzatissime tecnologie date da mezzi di trasporto capaci di viaggiare con la velocità dei fulmini. “I vostri aerei – affermò – fanno ridere in confronto!” Su richiesta dell’ospite, il vecchio prese a tracciare per terra i profili di quelle macchine, a suo dire così straordinarie. Con spirito di distacco il Rizzi constatò fra sé che quei disegni descrivevano incomprensibili ed inverosimili ordigni circolari, che mai avrebbero potuto levarsi in volo in quanto del tutto privi di ali e di eliche… Intuito lo scetticismo dell’italiano, il vecchio concluse sorridendo: “Verrà un tempo in cui dovrai ricrederti…” tratteggiando così vagamente in quelle parole ciò che un giorno si sarebbe effettivamente verificato.

“Occhi brillanti nella notte”
Verso le 21.30 del 9 dicembre 1962, il Sig Antonio Candau stava percorrendo a piedi una strada collinare di Bologna, la Via Codivilla, un vialone alberato, a quell’ora praticamente deserto, quanto a passanti e a traffico. Le condizioni di luminosità erano più che buone, grazie ad un cielo del tutto terso, anche se privo di luna, ed ad una fila costante di lampioni, disposti lungo il tratto in questione. Improvvisamente la sua attenzione fu colta da uno strano sibilo che proveniva dall’interno dell’adiacente parco di San Michele in Bosco. Volto lo sguardo oltre la cancellata, un’incredibile scena si spalancò ai suoi occhi: a circa una decina di metri di distanza un “disco volante”, secondo la definizione all’epoca in voga per gli odierni UFO, stava prendendo terra. L’oggetto, dalla classica forma a scodella rovesciata, misurava circa nove metri di diametro, ed era di colore “grigio oro” o “argento bronzato”. Numerose luci multicolori, simili a segnali stroboscopici, giravano senza posa, con veloce intermittenza, sulla parte superiore dello scafo. Il disco atterrò, apparentemente senza effetto alcuno, sul terreno e senza muovere il copioso fogliame circostante, fermandosi a circa un metro dal suolo, cosa che fece dedurre al testimone la probabile presenza di strutture di sostegno. Una volta ferma, la “cosa” distava non più di tre o quattro metri dall’osservatore, che pertanto disponeva di un’ottima visuale. Improvvisamente sulla sommità dell’oggetto, una specie di “portello” si aprì lentamente verso il basso, a mo’ di ponte levatoio, scoprendo un vano interno emanante una luce chiara, che rivelava il. progressivo delinearsi di due sagome apparentemente di tipo umano: le figure era come se stessero emergendo da una specie di scala interna. Completamente ribaltato verso l’esterno, sino a toccare il suolo, il “portello” rivelò internamente una serie di gradini, sui quali i due esseri presero a scendere. La loro statura misurava circa un metro e 70, indossavano un’aderente tuta gialla, che evidenziava una grossa cintura in corrispondenza della vita; al fianco destro portavano un qualcosa di scuro, ingenuamente ravvisato dal testimone in una “ricetrasmittente”. Privi di casco, procedevano affiancati in perfetta sincronia con movenze da automi, e mostravano possedere capelli alquanto corti e scuri, mentre i loro volti erano caratterizzati da “vistosi occhi che brillavano nell’oscurità come quelli dei gatti”. Presumibilmente accortesi della presenza del Candau, le entità fecero un simultaneo ed improvviso dietro front e presero a risalire la scaletta. Giunte in cima, il chiarore proveniente dall’interno del disco mise in evidenza il colore olivastro della loro pelle, prima che gradatamente scomparissero dalla visuale del testimone, esattamente come si erano dapprima palesate. Nel frattempo la scala si ritirava mentre il portello cominciava a richiudersi, muovendo dal basso verso l’alto. Prima ancora che la chiusura si fosse completata, il disco volante prese a staccarsi dal suolo, emettendo lo stesso sibilo iniziale precedente l’atterraggio e giunto ad una quota di circa 80-100 metri scomparve, deviando ad angolo retto verso Sud Ovest, al di sopra della collina di San Michele in Bosco.
L’intero avvistamento era durato non più di due minuti e mezzo, un lasso di tempo che per quanto irrisorio era stato contraddistinto dalla assenza di ulteriori testimoni e durante il quale non si era verificata alcuna interferenza con gli impianti di illuminazione del posto.
Il giorno successivo il Candau passò in rassegna le pagine del quotidiano locale, “Il Resto del Carlino”, nella speranza di rintracciare notizie di avvistamenti di dischi volanti, che potessero convalidare la sua storia, ma non trovò riscontro alcuno. Un suo tentativo di confidarsi in proposito con il principale, con il quale aveva ottimi rapporti, ebbe come tutta risposta l’amichevole consiglio di non menzionare ad alcuno tale vicenda. Tornò più volte nei giorni successivi sul luogo dell’avvistamento, anche lui, come esattamente anni dopo avrebbe fatto il Rizzi, alla disperata ricerca di riscontri oggettivi del passaggio della “cosa”, ma il terreno non evidenziò nulla di particolare ai suoi occhi, al di fuori di un’area nella quale l’erba appariva come schiacciata, cosa che peraltro era possibilmente da attribuirsi a fattori convenzionali. Sentendosi pertanto di fatto solo con se stesso e con il ricordo di quella breve ma straordinaria visione, il Candau scelse per lunghi anni il silenzio: un destino comune a moltissimi altri testimoni.

Bibliografia:
– Peter Kolosimo – “Terra Senza Tempo” – Sugar Ed.
– Philip Corso: “Il Giorno Dopo Roswell” – Futuro Ed.
– Walter Marino Rizzi – “Memorie”.
– AAVV – “UFO in Italia”.

NOTE:
1. Se ad un freddo esame è possibile liquidare la descrizione idilliaca del lontano mondo del visitatore come il tipico invariabile concentrato di tutte le aspirazioni umane, nuova Terra di Utopia trasposta nello sconfinato cosmo, non può sfuggire a questo particolare proposito la singolarissima coincidenza con la vicenda di un contattista “storico” americano, George Van Tassel, della quale ben difficilmente il nostro protagonista, all’epoca, per sua stessa ammissione per nulla erudito di “marziani” e “dischi volanti” poteva essere al corrente. Come il Rizzi, anche Van Tassel incontrò un essere di un altro mondo, destandosi improvvisamente dal sonno. L’alieno, rivelatosi “amico”, condusse il terrestre alla propria astronave e, dopo avergli concesso di effettuare un breve fantastico viaggio, gli consegnò i piani di un’incredibile “macchina in grado di rigenerare le strutture cellulari dell’essere umano”: una vera e propria macchina dell’eterna giovinezza che il contattista, con entusiastico slancio cercò di riprodurre. li suo nome fu “The Integraton”, un edificio di quattro piani con il tetto a forma di cupola, eretto a Giant Rock, località presso la quale egli prese ad organizzare delle periodiche Conventions ufologiche.
2. Illuminanti a questo riguardo sono i riscontri con le memorie di Philip Corso sulla struttura fisica delle EBE, riportate nel suo “Il Giorno Dopo Roswell” alle pagg. 92-93: “l’entità… possedeva un metabolismo lento come provato dall’enorme capienza di cuore e polmoni… Secondo il referto le grandi dimensioni del cuore prefiguravano un numero inferiore di battiti rispetto ad un cuore umano medio, per pompare il suo fluido semilinfatico latteo e poco denso… i patologi del Walter Reed poterono solo ipotizzare che funzionando sia come accumulatore passivo di sangue che come muscolo pompa era diverso dal cuore umano… Come i cammelli immagazzinano acqua, così la creatura immagazzinava tutta l’aria che immetteva nei propri capienti polmoni che rilasciavano molto lentamente l’aria all’interno dell’organismo della creatura”.
3. Si confrontino ancora tali considerazioni con quanto ricorda Corso sulle particolarità del materiale proveniente dall’UFO di Roswell: “Tra gli oggetti recuperati c’era anche un campione di tessuto scuro di colore grigio argentato, una specie di foglio di metallo che era impossibile piegare, curvare, strappare o arrotolare, ma che ritornava alla sua forma originale senza sgualcirsi. Era una fibra metallica dalle caratteristiche fisiche che sarebbero poi state indicate come super resistenti. Tentai di tagliarla con delle forbici ma le lame scivolarono via senza lasciare neanche un graffio. Se si provava ad allungarla la fibra si ritraeva velocemente e notai che i fili erano tutti orientati nella stessa direzione… Non poteva essere tessuto ma era chiaro che non si trattava neanche di metallo. Per quanto ne potessi sapere da profano, era una combinazione di tessuto e di fili metallici morbidi che cadevano come stoffa, ma che possedevano la forza e la resistenza di un metallo” (Ibidem, pag. 46).
4. Inutile ricordare a questo riguardo gli innumerevoli riscontri dati dalle anomalie evidenziate sul terreno e la vegetazione offerti e dalla casistica degli IR2 e dalle similari manifestazioni collegate ai famosi crop circles.

Fonte: http://www.edicolaweb.net/ufost05s.htm a cura di Francesco Di Blasi

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